di Salvatore Famiglietti – già dirigente scolastico, psicopedagogista, poeta
E’ sempre un bisogno a generare la motivazione che spinge ad attivare processi e a creare prodotti nei diversi ambiti del nostro agire. Nella scala di Maslow, il bisogno sociale di appartenenza è immediatamente successivo a quello di sicurezza.
L’Opera di Emilio Famiglietti, mio fratello, nasce dal bisogno di appartenenza a un gruppo sociale che si identifica con la comunità in divenire di Villamaina, ed ha connotato sempre la sua personalità divenendo una costante istanza dell’anima, tesa a vivere la sua terra d’origine con una incisività di eclettico pensiero e di multiforme azione sull’evoluzione degli strati culturali e sociali del suo ambiente di vita esteso ai territori più ampi dell’Irpinia e del Sud. Questo imperioso bisogno dell’Autore ha dettato la spinta ad agire nel proprio spazio di vita contribuendo con mente versatile e con diversi ruoli sociali (medico, già sindaco, sempre animatore d’ambiente) a tener desti ed operativi i principi e i valori ereditati dai nostri padri, che hanno reso forte il colle di Villamaina in umanità, socialità e cultura tra rinnovamento e tradizione.
Questo sentirsi sempre parte intima della sua terra, avvertito come bisogno costantemente alimentato, motiva la sua continua riflessione su temi e problemi riferiti alla sua gente e alle condizioni d’esistere passate, presenti e pensate al futuro al fine di migliorarne la qualità su ogni versante.
L’Opera “Cantiamo di noi” discende, quindi, dal bisogno di attaccamento alla terra di cui l’Autore si preoccupa di curare le radici fisiche e sociali fermando un tempo remoto perché il presente lo legga e ne faccia indirizzo per l’uomo del tempo venturo.
Il passato è memoria e questa, come maestra, educa il cuore giovane a sentire le emozioni nascenti dai canti d’amore, di lavoro, di vissuti d’affanno e di gioia, di un ieri lontano che, grazie all’Autore, oggi, rivivono insieme alle scene di una vita che è stata madre del nostro presente.
Leggere l’Opera è come immergersi nelle acque agitate di un mare di sentimenti legati ad un mondo ormai assente e pur palpitante poiché essi hanno accompagnato i passi dei nostri padri, che, in queste pagine, sembrano posarsi sui nostri sentieri, a suggerirci orientamenti di vita.
E’ affollato questo libro gremito di versi “cantati”, di suggestive note interpretative, di annotazioni linguistiche, di note di costume, di foto d’epoca, di documenti storici. Eppure, tra questa folla, come in una piazza agitata di paese in festa, il lettore si muove agilmente e gode nel farsi strada frusciando tra queste armonie di parole che si fanno persone e luoghi.
Si assiste a una speciale ri-animazione d’ambienti con l’ossigeno della memoria.
“Facci re ’nu calice re messa / ‘ndurniato ra rinto e ra fore / mammeta toia t’ha fatto principessa / t’ha fatto chiavetella re ‘stu core”: un inno solenne alla donna angelicata così interpretato dall’Autore: “… la donna – ‘piccola chiave del cuore‘- capace di consumare l’innamorato con il solo sguardo – che rapisce per fissità instancabile chi lo incarna e rende schiavo chi ne è bersaglio”. E’ questo solo un esempio di canto d’amore che eleva la donna a soggetto “mistico” che trascende l’umano.
Dalla lettura e dal canto di questa preziosa raccolta di versi d’epoca, emergono i vissuti del tempo lontano e calano il lettore in una realtà di suoni, di immagini, di gesti, di parole che riportano ad esperienze di vita prevalentemente contadina, segnate dall’amore – struggente, scherzoso, ardito, drammatico, pungente, solenne, elegante, possente – e dal quotidiano lavoro – faticoso, estenuante, lacerante, sfibrante, senza diritti – fonte bramata di minimo sostentamento per la famiglia.
I testi dei canti popolari che richiamano anche la natura, la religione, il destino, uniti alle note di commento e a quelle di costume tratteggiano i contesti in cui essi hanno avuto origine ed offrono al lettore spaccati di vita che incantano abbandonando mente e cuore a ricordi sepolti che l’Autore magicamente resuscita nei suoi sapori, odori, visioni, sonorità rendendoli tangibili. Le stesse note di grammatica, sintassi e semantica della lingua vernacolare, che arricchiscono la pagina dei testi mettendo il lettore a più vivo contatto con la realtà narrata, sono stimolo a gustare la lingua locale che così definivo in un mio brano: “Dialetto arcaico e vivo, aspro suona e dolce / come sente il cuore nella disputa di piazza / e tra quiete mura o nel pensier solingo / a frenar la rabbia o vibrar l’anima d’amore”.
L’efficace ermeneutica letteraria dell’Autore permette una interpretazione “visiva” e palpabile dei testi e dei documenti facendo rivivere il tempo che fu. Già nel 2016, in occasione dell’avvio al recupero dell’archivio storico del Comune di Villamaina a cura di Emilio Famiglietti, ho sentito il bisogno di esaltare “poeticamente” i risultati della ricerca storica sulla cui scia si colloca la presente Opera: “Da scorie di storia sepolta / a germogli di storia risorta. / Un soffio benigno sul tempo / sfocato dalla polvere dell’oblio / e, sapienti, le mani scavano carte / vocianti frammenti di vite scordate / tra valichi impervi di care memorie. / Parole risorgono e narrano sommesse, / scene di vita inumate dal tempo. / … ascolta riverente l’anima discepola; / accoglie, assorbe e semina / sull’intrico dei suoi sentieri, / questi grani di pensiero, / fecondi germi di padri nostri, / e spera nei virgulti del futuro.
E’ questa speranza a dettare la fatica letteraria con un credo dell’Autore nella pedagogia del successo che si vorrebbe fondata sulla certezza del dinamismo giovanile sorretto dalla esperienza e dalla saggezza degli adulti, a favore della crescita e dello sviluppo di Villamaina valorizzando il passato per vivacizzare il presente.
Il desiderio dell’Autore è poter vedere i giovani del paese e dei più vasti territori del Sud, impegnati nella costruzione o ri-costruzione di un tessuto sociale a trama e ordito fitto, resistente e variamente colorato, sapientemente intersecando innovazione e tradizione; dinanzi a tale entusiasmante lavoro vorremmo che i giovani gridassero a noi con Virgilio: “Fervet opus” a dimostrare che la ri-nascita è possibile offrendoci immagini di Comunità del nostro Sud in cammino verso nuovi splendori che oscurino precarietà e insicurezza, depressione e rassegnazione.
Il desiderio comune è che si costruisca non una “vita liquida” come la definisce nella sua triste verità, Zygmunt Bauman, ma una società “solida”, fatta di pietre valoriali ereditate dai nostri padri e cementate da dinamici pensieri ed emozioni forti, capaci di resistere al tempo migliorandone lo scorrere verso il vero, il bello, il buono, il giusto già in esercizio a Villamaina come da un mio ritratto del paese : “ Tutto è qui, persona: si nutre ognora l’anima d’affetti, / dal vagito della vita nel giubilo di tutti / al gemito di morte nell’affollato pianto amico. / La solitudine è straniera tra queste mura,/ ospiti d’un bosco inestricabile di congiunti cuori / ove si spande un odore d’umanità munifica”.
Vengano, quindi, “matenate e serenate” per le spose di oggi, suonino ancora le campane “a gloria” di chiese gremite come una volta, si conservi e si dilati la cum-passione, si animi la piazza di fervori giovanili, ardano ancora i vicoli dei fuochi di marzo (San Giuseppe), si “produca” con sudore, amore e onore, si ascolti la voce dell’età avanzata, si parli il dialetto per non scordare i colori della lingua locale, si faccia poesia del giorno vissuto, e torni la gioia in questo nostro vivere complesso e complicato adoperandoci perché le esperienze nostre e degli altri non ci scivolino addosso, ma siano solida materia di vita per crescere meglio in umanità e socialità: è l’augurio che serpeggia nell’Opera di Emilio e credo non debba cadere nel vuoto come recitano alcuni miei versi dedicati a Villamaina: “Sonna l’anema, ma nun s’addorme; / sonna a uocchi apierti pe’ crere / a ‘stu miracolo re paese / ca pure quanno ’na tempesta lu capota, / s’auza come ‘nu cardillo, / scutuléa l’ascelle ‘nfosse, / e vola e canta pe’ lu sole” – Sogna l’anima e non si addormenta; / sogna ad occhi aperti per credere / a questo miracolo di paese / che pure quando una tempesta lo travolge, / si alza come un uccello, / scuote le ali bagnate / e vola e canta sotto il sole. Immergiamoci, quindi, in questa preziosa antologia di un passato cantato, narrato, interpretato e documentato poichè essa assegna a Emilio il precetto oraziano: “Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, lectorem delectando pariterque monendo – Ottiene un consenso unanime chi ha mescolato l’utile al dolce dilettando e insieme istruendo il lettore. E l’Autore l’ha fatto con il plauso mio e dei lettori che in queste pagine cercano, trovano e consolidano la loro identità costruita sulla relazione con il passato coniugato al presente e sussurrante le vie del futuro.