I canti di questa raccolta appartengono al patrimonio culturale del mio paese: Villamaina.
Non sono esclusivi di questo luogo (come in vario modo dirò riguardo alla diffusione di certuni testi in ambiti geografici anche distanti dell’Italia meridionale [1]) ma qui sono stati raccolti dalla viva voce delle persone anziane e qui sono tuttora cantati a seguito di un certo “ritorno” di una pratica – le serenate e le matenate – che un po’ era caduta in disuso.
Già ai tempi della mia maturità classica (1975) mi cimentai con una breve dissertazione sui canti popolari di Villamaina avendo avuto modo di scriverne sull’annuario del Liceo edito per quell’anno [2]: ancora ricordo l’entusiasmo nel vedere il dialetto del mio paese trascritto a stampa in un libro pur dotto per contenuti ed estrazione e ricordo il pacato orgoglio per l’analisi estetica e i significati che quei testi riuscivano a indurre.
Poi venne una raccolta più ampia portata avanti in ausilio al mio amico prof. Gino Ricciardi che – anch’egli innamorato di Villamaina pur dimorante a Torino – la inserì in un bel volume sugli aspetti storico-culturali del paese.[3] “La transizione dal passato al presente come storia per il futuro”: così diceva nell’introduzione cogliendo sinteticamente la motivazione più valida dello scrivere intorno ad un paesino di mille anime…
La presente raccolta amplia il patrimonio dei testi che ci viene consegnato dalla tradizione orale di diverse generazioni e ne approfondisce aspetti e significati.
E’ un tentativo di studio che, al di là della manipolazione canora e musicale del materiale, privilegia l’attenzione al testo letterario avendone identificato sia il deciso carattere comunicativo di contenuti a spiccato interesse antropologico che una certa ricercatezza di forma con analogie poetiche.
Questo è, in sintesi, l’approccio che la raccolta intende praticare: un percorso armonico che tocchi con discrezione e concretezza i diversi suggerimenti e le suggestioni ed i rimandi che un patrimonio culturale di civiltà offre in gran copia.
In verità, sono partito da sensazioni alquanto personali: certuni testi – che poi erano i canti intonati in comitiva in tante occasioni di spensierata allegrezza, galeotti il fuoco di S. Giuseppe o l’approssimarsi di una festa di matrimonio o la convivialità nel bosco di Girifalco durante il tradizionale pellegrinaggio a S. Giovanni e Paolo in quel di Torella dei L.[4] – a leggerli in procurata quiete e solitudine mi offrivano turbamenti sentimentali, mi suggerivano delicatezze, mi intenerivano il pensiero.
“Patrimonio contadino, costruzioni orali improvvisate ed ingenue…”, mi dicevo.
Però le emozioni, la riflessione… Finanche un guizzo improvviso e spontaneo verso reminiscenze liceali che ancora s’indovavano in qualche groviglio neuronale: “Erano i capei d’ora a l’aura sparsi che in mille dolci nodi…” e “Tanto gentile e tanto onesta… la donna mia”; dunque, il Dolce stil nuovo, il Duecento e il Trecento… dunque la più bella poesia d’amore…
Che dire della lirica greca: avevo appena letto di Nosside (“Nulla è più dolce dell’amore e ogni altro bene gli viene dietro”) e di Saffo (“Ecco, Eros, quello che scioglie le membra, di nuovo mi sconvolge, invincibile fiera”) nel bel libro del prof. Romualdo Marandino;[5] già mi colpivano attinenze di temi e mi intrigava l’appartenenza in Magna Grecia.
Mi sorpresi a leggere e gustare, allora, le più varie declinazioni dell’amore in uno speciale compendio che le enumerava tutte,[6] trovandovi anche qui rimandi suggestivi.
Stavo, dunque, vagando in un delirio letterario, nell’estasi sentimentale e nella euforia di una scoperta… Tutto andava certamente ridimensionato in ogni aspetto.
Al di là del coacervo delle emozioni, però, decisi che l’argomento meritava approfondimento.
Il pensiero corse alla redazione di un’antologia di testi, per le possibilità che questo sussidio scolastico offriva in termini di organizzazione dell’ampia produzione letteraria, di sistematicità, e – devo ammetterlo anche qui – per un personale e recondito legame con la mia antologia della letteratura italiana di scuola media (bella la sua veste tipografica con i nomi mio e di mia sorella Filomena vergati da nostro padre e fattami gustare per ogni pagina dal mio professore di lettere Alfonso Cuoppolo!) e poi di liceo: chiare, essenziali, esaustive… con le note in piccolo a piè di pagina, con i riferimenti, con i dettagli.
Di nuovo un suggerimento ed una suggestione dei miei studi…
Il progetto, seppure in nuce, prendeva fisionomia e profilo: perché non riportare, oltre alle note ed in esse, la trascrizione della “traduzione” in lingua? Un’operazione per favorire la comprensione certamente, ma anche un accostamento estetico con la lingua italiana alla scoperta di similitudini ortografiche, di equivalenze di significato, di derivazioni d’origine, di radici…
Tutto naturalmente rimesso alle mie capacità di linguista e tutto di conseguenza ridimensionato… Però il progetto entusiasmava!
Perché non dare sfogo e scritto ai pensieri che ogni testo suggeriva, alle considerazioni che tumultuavano e salivano disordinatamente alla mente?
Qui anche il ricordo del mio IV ginnasio e del mio bravissimo professore di Italiano Aniello Montano che, per ogni novella del Decamerone letta e per ogni altro testo, ci induceva al più classico ”commento” scritto, personale, originale… Ricordo il mio commento alla Novella su Chichibio che spaziò fino a comprendere il valore della cultura utile per affrancarsi dalla dipendenza, dalla servitù e dall’ignoranza! Ricordo i complimenti del mio professore…
Dunque, si potevano aggiungere a tutto l’impianto del progetto antologico le mie considerazioni come una volta al ginnasio: in fondo di nuova letteratura si trattava…
Fin qui la genesi delle suggestioni letterarie.
Contenuti e significati dei testi, però, sopravanzavano certamente la lettera dell’enunciato: si trattava prevalentemente di canti d’amore, a volte intrisi di lirismo, sempre densi di afflato affettivo, sempre gustosi e finanche ironici; il germe della poesia vi allignava con naturalezza e piena disposizione.
Poi subentra a buon diritto la lettura critica, che scopre quanto di occultato vi può essere al di là del verso e che si attarda a insinuarsi tra affettuosità e gelosie per identificare luoghi, circostanze, usi e modi, vita insomma e trame di esistenze e radici di passato.
Può la poetica d’amore contenere e suggerire i segni della realtà? Può riferirsi a un quotidiano divenire, ad una concretezza di vita?
Ne ho conferma e conforto, per tempo, in un libro che un po’ rilegge – e proprio! – la poesia d’amore all’epoca del Medioevo. [7] “La predominante attenzione agli aspetti formali e filologici (…) ha finito per mettere in secondo piano o, addirittura, per far dimenticare che la letteratura dialoga in primo luogo con la vita”.
Perciò finanche le dinamiche sentimentali, affidate nel verso alla presenza di una finestra in un vicolo o ad un cenno di saluto presso la fontana da parte della donna amata, possono sottacere una concretezza di realtà, di abitudini, di storia.
Si apre, allora, il capitolo dell’antropologia legata ad una civiltà, che è quella contadina: un capitolo affascinante e ampio, un discorso complicato… che “fa tremare le vene e i polsi”.
Ne ho sentito appunto il fascino e non mi sono trattenuto da un timido cenno, da un “incipit” generico e generoso, che ha quasi il senso del ricordo personale…
Ho toccato e vissuto – con privilegio! – direttamente o per racconti quel mondo speciale che andava via via sgretolandosi: potrò dire, dunque, della bottega di calzolaio e dell’allegria del forno; dirò degli anziani di quel tempo; dirò di un paese pacato (fors’anche rassegnato) nella sua vita agreste; dirò di quelle sere, al crepuscolo, davanti alla chiesa madre, quando, al termine di una giornata di lavoro, un canto dava il commiato a Dio e alle persone… [8]
Dunque, quando il testo letterario suggeriva in modo esplicito o quando appena si adombrava il senso di un “vissuto”, è bastato un verso o una parola o un’allusione per determinare una digressione sul quel “mondo reale” e, per esso, su usi, costumi, tradizioni, cultura – infine – di una civiltà completa e complessa.
Così sono nati gli “occhielli” (reminiscenza giornalistica trasmessami dal mio professore di filosofia Goffredo Raimo): come in una pagina di giornale, concentrati sull’argomento e non prolissi; essenziali nel descrivere o far conoscere o analizzare i più vari contenuti.
La descrizione necessitava, però, di ausilio per migliorarne l’efficacia e per arricchire l’offerta dei dettagli e dell’insieme e per… sopperire a difetto d’autore: l’immagine si imponeva di diritto e di necessità.
Dunque, la sezione iconografica: prende il carattere del documento ed acquista l’importanza della prova e del riscontro immediato in un percorso culturale ormai aperto alle più varie sollecitazioni in tema e alle interazioni tra costume, curiosità, cultura.
La foto documenta storia e presente, suggerisce sensazioni, muove intelletto e memoria verso reconditi depositi degli accadimenti e delle esperienze personali e comunitarie, fissa ed insegna nuovi contenuti e sapere.
Per questi motivi e finalità è presente in questa raccolta di testi una certa abbondanza iconografica, attinta al mio patrimonio personale di foto via via cercate e custodite e sempre messe nella disponibilità e nella visione per tutti in tante occasioni.[9]
Foto di eventi, foto di luoghi, foto di persone e di gruppi, foto di documenti…
Quest’ultimi sono di particolare interesse: presi prevalentemente dell’Archivio Storico del Comune di Villamaina che da qualche anno si tenta di sistemare adeguatamente; presi anche dagli archivi delle Confraternite e della Parrocchia di Villamaina e fortunosamente custoditi dopo il sisma del 1980.
La tipologia dei documenti inclina spesso verso argomenti di carattere religioso e sembra condizionare i contenuti culturali complessivi della ricerca.
Ma tant’è: credo che la dimensione religiosa, insieme al lavoro e alle problematiche legate alla sopravvivenza, siano i cardini dalla civiltà contadina.
La religiosità rappresenta una persistenza ineludibile nel mondo rurale, sedimentata in esso fin da epoche antiche (pagane) e aggiornatasi, per così dire, nella teologia del cristianesimo secondo le più diverse modalità e forme.[10]
Né è da ritenersi secondario o trascurabile il ruolo pregnante di figure sacre paradigmatiche per ispirazione e autorevolezza che segnano e animano la vicenda umana.[11]
I documenti storici inseriti in questa raccolta hanno attinenza a volte evidente altre volte sottile con le argomentazioni derivanti a loro volta dai testi: una concatenazione formale e concettuale che tenta di tracciare un percorso articolato e logico fino a portare il lettore, come per mano, a impalpabili esperienze di sensi e a scoperte inconsuete di significato e di conoscenza.
Il prodotto finale di questa raccolta è, dunque, complesso per le diverse implicazioni e per gli scopi che propone al lettore (così si annette – immeritatamente – a pregevoli lavori di ricerca di altri studiosi [12]).
Forse, però, è stato ardito il tentativo dell’autore: condensare in quest’opera, insieme ad un bagaglio già pieno di contenuti storici e linguistici, quasi un patrimonio di civiltà e i suoi valori; fors’anche le sue personali tensioni affettive verso il luogo e le passioni di sua vita.
Queste si vorrebbero custodire come un bene
prezioso, si vorrebbero coltivare ancora
e sempre, si vorrebbero trasmettere come
è dovere di ogni generazione adulta.[13]
[1] Canti delle Province Meridonali di D. Comparetti e A. D’Ancona – ed. E.Loesher vol. II 1871
[2] Annuario del Liceo-ginnasio “F. De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi 1975
[3] Villamaina: aspetti storico-culturali di Gino Ricciardi 1990
[4] Il pellegrinaggio dei villamainesi a San Giovanni e Paolo. di E. Famiglietti 2009: “Il pellegrinaggio a san Giovanni e Paolo appartiene a tutta la comunità: per la partecipazione numerosa, per l’aspettativa gioiosa, (…) per il significato di aggregazione e di condivisione.”
[5] Eccedenza di futuro nel passato. La poesia dell’amore sacro. di R. Marandino Ed. Delta3 2012
[6] Il tesoro nel cassetto. Elogio e magnificenza dell’amore. di A. Cuoppolo Ed. Delta3 2015: “Bisogna (…) far rinascere la fede e la speranza nel divino dono dell’amore, che è la cosa più bella e naturale che un essere umano possa provare”.
[7] Il poeta innamorato di Marco Santagata – ed. Guanda 2017
[8] Canti liturgici di E. Famiglietti 2006: “Noi torniamo al nostro tetto / di dolcezza pieno il cor / perché tutti con affetto / salutiamo il buon Gesù.” (Canto tradizionale eucaristico).
[9] Canti liturgici. (Iconografia) a cura di E. Famiglietti 2006
[10] Dal mondo pagano al cristianesimo: discontinuità e persistenze di G. Ferrante in Cronache Goletane ed. Delta3 2016
[11] San Paolino vescovo di Nola in “I Santi” di A. Baudrillart Ed.. Desclèe e C. 1908: “Contadini ingenui o scaltri, devoti rumorosi che piangono, supplicano, minacciano, contrattano, uomini di ogni specie insomma [Paolino] vede giornalmente alla tomba di san Felice, ed essi lo innamorano per la loro fede, lo divertono con i pittoreschi costumi. Perfino per i ladri prova qualche debolezza e ciò in ragione del rilievo che la loro confessione ed il loro pentimento aggiungono alla potenza del suo santo”.
[12] Canti popolari nella tradizione irpina. di S. Salvatore Ed. Delta3 2014
[13] Gesualdo e Gesualdo. Introduzione dell’autore. di F. Caloia Ed. PerVersi: “Per evitare che la memoria del passato nella nostra società si accorci sempre di più, tutti abbiamo il dovere di attualizzare il passato,valorizzare la nostra storia e la nostra terra, il presente, per costruire il futuro attraverso la crescita della comunità in tutte le sue dimensioni”.
